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LETTERATURA

Cristina Zanetti e la sua Odissea
Cronache d'incoscienza e di vita estrema è il sottotitolo del nuovo romanzo "Odissea" di Cristina Zanetti: un'opera autobiografica dal sapore tragicomico per parlare del potere terapeutico dell'amicizia nell'affrontare il dolore e della capacità di immaginarsi oltre i limiti fisici, come risorse spendibili della donna.

BOLOGNA - Certe volte esiste il mondo del romanzo e il mondo dell'autore che ha scritto il romanzo. Altre volte questi mondi coincidono, non solo per l'evidente analogia tra le storie narrate e le storie vissute, ma anche, e forse soprattutto, per il senso a monte che l'atto di scrivere ha per l'autore.
Cristina Zanetti, bolognese, approda alla scrittura dopo (e durante) una lunga esperienza come fondatrice con Marina Genovese di Immaginaria. Festival Internazionale del Cinema delle Donne e l'attività di musicista cantautrice che l'accompagna da sempre. Lo fa con due romanzi: Stop Movie. L'ingrato compito di vivere al passato (Cicero, 2009) e il recente Odissea. Cronache d'incoscienza e di vita estrema (Cicero, 2014).
Il viaggio autobiografico di Cristina Zanetti per noi inizia partendo proprio dalla scrittura del suo ultimo romanzo Odissea, come di uno strumento prezioso per conoscere l'autrice, indissolubilmente legata alla trama dell'opera. La protagonista del libro è infatti Marina - non una Marina a caso, ma quella Marina Genovese - compagna di lunga data generosa e intrattabile, geniale e intraprendente, che di colpo deve fare i conti con la diagnosi di un cancro, che sconvolge la sua vita e quella del gruppo di donne che la circonda.
"Non era possibile. Lei era indistruttibile, era la natura allo stato brado, la gioia di vivere in persona, non poteva capitarle un guaio del genere. E noi cosa avremmo dovuto aspettarci? La nostra intera vita d'impegno, una dannata direzione da seguire insieme, nonostante le incomprensioni e le zuffe, tutto improvvisamente appeso a un filo. Dopo quelle sfacchinate, dopo il generoso sacrificio dei nostri anni migliori, non avremmo almeno meritato una salute di ferro, una specie di incolumità fisica per sopportare altre delusioni, altri fallimenti e forse esultare per qualche piccola vittoria che il futuro ci riservava?"
Marina affronta il cancro con carica euforica, radunando attorno a sé una squadra speciale che le assicura presenza continua, protezione incondizionata e amore a prova di bomba. Il cancro diventa collettivo, diventa missione da combattere a colpi di buona tavola e passione per il cinema, antidoti formidabili contro le difficoltà del momento.
Accanto alla fedelissima sfamiglia (un'eterogenea comunità di donne) che corre sull'orlo del precipizio, altri personaggi si affacciano nel romanzo, tutti proiettati nel futuro e dimentichi della precarietà del presente. Le cronache tragicomiche di questa Odissea contemporanea - che si svolge fra Bologna e Cervia, buen retiro della compagnia - si concludono in modo sorprendente, con determinazione e follia.

Da dove nasce la tua inclinazione ad utilizzare l'ironia e l'autoironia proprio nei frangenti più tragici della vita?
C.Z.:
Ho scritto che l'ironia è necessaria per convivere con le grandi emozioni. Questa frase ha avuto una certa eco, ma è senza dubbio una modalità di scrittura soggettiva, non è una ricetta universale. Spiega solo il mio impulso naturale (una percentuale di sangue toscano nelle vene?) a mischiare "sacro e profano", riso e lacrime, dramma e commedia. L'ironia - e l'autoironia, naturalmente, la prima senza la seconda sarebbe solo un modo stizzoso di guardare agli altri sorvolando su se stessi - è la mia "assistente alla regia", sempre sul chi va là e abbastanza autoritaria: quando la scena si fa troppo pesante da sopportare, troppo dolorosa (principalmente per me, immagino), ecco che interviene a gamba tesa a imporre un cambio di registro, in modo che si emerga dalla lettura (e dalla scrittura) senza che la devastazione abbia preso il sopravvento. Poiché l'ironia è dissacrante, caustica, trasgressiva, può essere ulteriormente diluita nella comicità, che è gradevole e rilassante, mentre l'ironia tiene sempre sulle spine. Quasi tutti i personaggi e le situazioni, a maggior ragione i più estremi, si prestano a essere trattati attraverso questa sovrapposizione di filtri, ma è un'operazione che riesce meglio a tavolino piuttosto che nella vita reale, dove tendiamo a perdere il senso dell'umorismo.

In cosa consiste la capacità di immaginarsi oltre i limiti fisici di cui tratta il romanzo? Nella tua esperienza personale, come possiamo nutrire nella vita la forza di non arrenderci al dolore?
C.Z.:
Non potendo rivelare il finale del romanzo che, a prescindere da come sono andate le cose nella realtà, è l'invenzione somma cui ho affidato il compito di raccontare certe possibilità inimmaginabili eppure attingibili, mi limiterò a dire che è la capacità di entrare in un flusso inesauribile che può continuare a tradursi in volontà e azione. Le persone che hanno dato e danno molto sono fonte di ispirazione, anche e soprattutto pragmatica. Il loro moto, e il nostro insieme al loro, è perpetuo. Insieme non conosciamo pausa, continuiamo a guardare avanti per realizzare tutte le cose giuste e necessarie che aspettano di essere realizzate. Cito nel romanzo una bellissima poesia di Karin Boye che, appunto, si intitola "In movimento".
Eccone uno stralcio:

Il giorno sazio non è mai il più grande.
Il giorno migliore è un giorno di sete.
[...]
La meta migliore è il riposo di una notte,
dove si accende il fuoco e il pane si spezza in fretta.
Andiamo, andiamo! Nasce il nuovo giorno.
Senza fine è la nostra grande avventura.


Vale anche per il dolore. Nella vita ci sono dolori insuperabili, incancellabili, e possiamo solo imparare a conviverci. Oppure no, è soggettivo. Ma voglio dire quello che penso, aldilà dei tabù che lo ammantano e lo celebrano, forse nascondendone la vera natura. Il dolore, da solo, è sterile. È sterile nella sua casualità, gratuità, incomprensibilità, insensatezza, ingiustizia, inutile violenza. Benché tenda a paralizzarci per un periodo di tempo e sia molto faticoso da riconvertire, il dolore deve a tutti i costi essere trasformato in nuova attività desiderante, includente, prolifica, aperta e curiosa del mondo circostante. Come si fa? Si fa. L'alternativa equivarrebbe a smettere di vivere. Ma se la scelta è quella di continuare a vivere, allora dobbiamo trasformarlo in una nuova fase di vita.

Che ruolo gioca la fragilità, l'ammissione della fragilità, nella creazione artistica come nella vita? Siamo proprio certi che si tratti di un atto di imperdonabile debolezza, come in molti tendono a credere?
C.Z.:
Non credo si possa scrivere senza la consapevolezza della propria fragilità, si tratta di uno start point per chi mette la vita vera al centro dei propri romanzi. Ma anche scrivendo sceneggiature per cartoni animati converrà tenerne conto, infatti le debolezze fanno più ridere delle sicurezze, si prestano alla presa in giro e favoriscono quei meccanismi di identificazione e di empatia che stanno alla base della comunicazione. Louise Bourgeois, la grande scultrice francese nota in tutto il mondo per i suoi ragni monumentali che chiamava "Maman", diceva che l'artista mette in scena i suoi problemi. Trovo del tutto irrilevante "a chi" appartengano questi problemi o queste esperienze di vita, la cosa fondamentale è che la loro rappresentazione contenga in sé quella prorompente forza di convincimento in grado di produrre conoscenza e scambio reciproci. Le donne sono state spesso accusate di praticare l'autobiografia, un sottogenere sinonimo di "privato" (e di fragilità, per l'appunto) a scapito del pubblico quale ribalta dei grandi eventi storici, ma è del tutto evidente quanto le due dimensioni siano intrecciate. C'è bisogno di ricordare uno dei romanzi più illustri di tutta la letteratura italiana, "La Storia" di Elsa Morante? Ora le scrittrici si sono espanse in tutte le direzioni e non c'è territorio che sfugga alla loro esplorazione.

Dalla palude al mare aperto è la progressione del tuo primo romanzo Stop Movie (parte I La Palude, parte II La Foce, parte III L'Onda), ma forse e più in generale è anche quella della tua vita, quasi un desiderata, come in molti scritti pubblicati nel tuo blog e nella citazione di Nelson Mandela: "The greatest glory in living doesn't lie in never falling, but in rising every time we fall".
C.Z.:
Il mio blog è dedicato prevalentemente all'arte delle donne, ma quando Mandela ha lasciato fisicamente questo mondo ho voluto ricordare una delle sue massime più profonde, radicata nel suo sacrificio personale: "Il più grande merito nella vita non è di non cadere mai, ma di rialzarsi tutte le volte". Sto cercando di farne un motto personale. La vera sconfitta è la rinuncia. Sia che si tratti di (legittime) aspirazioni personali, sia che si tratti di grandi ideali e di grandi battaglie.

Persino lo sfondo della copertina del tuo primo romanzo Stop Movie si collega non solo all'isola di Stromboli, vagheggiata meta della protagonista del romanzo, ma anche a quella Stromboli che è certamente una delle tue canzoni più belle. Sono questi "i cerchi che creano cerchi più ampi" a cui spesso ti riferisci nei tuoi scritti?
C.Z.:
I cerchi a cui mi riferivo sono i cerchi concentrici delle scritture delle donne che rimbalzano significati e storie, come hai fatto tu accogliendomi in Womeninart e che tramite questa intervista mi dai la possibilità di ri-narrare la mia storia e attraverso di me le storie di cui sono testimone. È una trasmissione amplificata che ci permette di ri-pensarci in un continuum, in una catena di vita fra passato presente e futuro. Ma vi è una circolarità, senz'altro voluta, anche fra la copertina del mio primo romanzo, che riporta un mio autoritratto giovanile, e il pezzo musicale. È un po' come ricomporre i pezzi di un puzzle lungo una vita, fra pittura, musica, fotografia e scrittura.


Due parole, infine, su Cristina Zanetti chitarrista e cantautrice. Che cosa ha rappresentato questa possibilità espressiva nella tua vita? In cosa differisce dall'arte di scrivere?
C.Z.:
Si dice che l'artista sia una macchina affamata di creatività. Aggiungerei: e di comunicazione. Da bambina timida quale sono stata, cresciuta in una famiglia dominata dalla malattia della madre, la musica ha rappresentato la salvezza, a partire dalla prima chitarra dell'infanzia che mi ha portato a fare prima piccole esibizioni scolastiche e poi via via esperienze più significative e gratificanti. La cosa buffa è che, pur avendo già degli idoli cui ispirarmi, portavo sempre canzoni mie e, pur tremando dalla testa ai piedi, trovavo il coraggio di salire sul palco, una magia vera e propria. La musica è stata al tempo stesso un rifugio e una liberazione, esattamente come la scrittura. Non è chiaro chi scelga chi: è un moto di attrazione reciproca. In cosa differiscono? La musica nel suo risultato finale, ma anche durante la composizione, è più animale, più fisica. La scrittura parte come attività cerebrale, ma anela a trasformare il suo corpo di parole in un corpo in carne ed ossa che tocca, vede, ascolta, gusta, annusa. Ed è felice, oppure si dispera, ed è viva.

Grazie, Cristina.

Cristina Zanetti (Bologna), laureata in Filosofia, si dedica attualmente alla scrittura, al cinema indipendente delle donne e cura il blog www.geysir.it
Musica. Cantautrice e chitarrista, ha suonato sia come solista sia in gruppo, eseguendo brani di sua composizione, ascoltabili nella sezione "Live Concert" del suo blog.
Cinema. Nel 1993 fonda, insieme a Marina Genovese, IMMAGINARIA. Festival Internazionale del Cinema delle Donne (www.immaginaria.org), occupandosi della programmazione cinematografica. Il Festival, dopo 12 edizioni consecutive a Bologna, prosegue oggi con una formula itinerante. Ha diretto alcuni cortometraggi proiettati in diversi festival internazionali.
Narrativa. È autrice dei romanzi Stop Movie. L'ingrato compito di vivere al passato, Cicero, Venezia 2009 (www.stopmovie.it), presentato in tutta Italia, e di Odissea. Cronache d'incoscienza e di vita estrema, Cicero, Venezia 2014. Viene chiamata a presentare libri di altre autrici, è socia della SIL (Società Italiana delle Letterate) ed è impegnata nella stesura del terzo romanzo. Blog. Il suo "blog esplorativo" www.geysir.it è uno spazio dedicato alla produzione artistica delle donne (compresa la sua personale) nella letteratura, nella musica, nelle arti visive, dove segnala i contenuti misogini e violenti di un certo tipo di comunicazione mediatica. On line dall'8 marzo 2011, Geysir registra una media di oltre 2.000 accessi settimanali.

In alto nell'ordine, copertina dell'ultimo romanzo "Odissea" di Cristina Zanetti (Ed. Cicero, 2014); copertina del romanzo d'esordio "Stop Movie" di Cristina Zanetti (Ed. Cicero, 2009); Cristina Zanetti in un ritratto fotografico.


Daniela Bestetti
(27 febbraio 2015)



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